Quel che ora penso veramente è che il male non è mai così ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità, né una dimensione demoniaca. ” (Hannah Arendt)
“È accaduto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”
(Primo Levi, I sommersi e i salvati)
La libertà non è una condizione. È una responsabilità.
E ogni generazione — ogni singola generazione — deve decidere come portarla avanti.
Gramsci diceva che l’indifferenza è il peso morto della storia.
Ed è vero.
Non serve essere cattivi per fare danni. Basta stare zitti.
Basta non scegliere.
Basta pensare “non tocca a me”.
L’indifferenza è comoda. Ma mentre riposiamo, lei lavora.
E lavora contro di noi.
Per questo oggi il 27 gennaio non può essere solo una commemorazione.
Deve essere un’occasione per guardarci dentro.
Che cosa resta, oggi, di questa testimonianza nelle nostre coscienze?
Che cosa ci è rimasto davvero — non nei libri, ma nella pelle, nella voce, nello sguardo?
E soprattutto: cosa vogliamo tramandare a chi verrà dopo di noi?
Perché la memoria non è solo ricordo.
Il ricordo, se resta fermo, diventa nostalgia.
Diventa una fotografia sbiadita.
La memoria vera è viva.
La memoria vera è scelta, ogni giorno.
Memoria è dire di no, quando è più comodo dire di sì.
Memoria è parlare, quando il silenzio fa meno rumore.
Memoria è prendersi cura della democrazia, anche quando ci delude, anche quando sembra fragile.
Anche quando fa paura.
Sì, perché io ho paura.
Paura per il presente che viviamo, per il futuro che stiamo costruendo.
Ma ho anche imparato una cosa: la paura non va subita.
La paura va attraversata. Va trasformata.
In consapevolezza. Responsabilità. partecipazione.
La Resistenza non è finita il 25 aprile del 1945.
Finisce solo quando smettiamo di portarla dentro.
Ogni volta che ci opponiamo all’odio e all’intolleranza,
ogni volta che difendiamo i diritti di tutte e di tutti,
ogni volta che scegliamo di non essere indifferenti,
la memoria continua.
E oggi, tocca a noi.
Grazie.
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