Le cause delle migrazioni sono sempre state la fuga dalle guerre, l’aspirazione a migliori condizioni di vita, le persecuzioni e le intolleranze religiose. Oggi però una delle cause più diffuse è la migrazione legata alle calamità climatiche: le persone sono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, soprattutto a causa delle tempeste, delle alluvioni, dell’aumento della temperatura dell’aria e del cambiamento delle precipitazioni. Il clima instabile inoltre ha tre volte più probabilità di causare migrazioni rispetto alle guerre.
Nel 2019 sono stati 34,4 milioni i nuovi spostamenti interni in 145 paesi e, a livello globale, circa 1900 catastrofi naturali alimentate dai cambiamenti climatici hanno provocato 24,9 milioni di nuovi sfollati. Secondo il climatologo della NASA James Hansen se si raggiungessero e superassero i 2° di aumento della temperatura, potrebbe verificarsi un aumento del livello del mare di 5 metri nell’arco di cinquant’anni. Questo porterebbe alla scomparsa della maggior parte delle città costiere, molte persone sarebbero costrette a lasciare la propria casa e il numero di migranti climatici aumenterebbe enormemente.
Quest’anno le Nazioni Unite hanno ribadito che i rifugiati in fuga dagli effetti della crisi climatica non possono essere costretti a tornare a casa dai loro paesi adottivi. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite si era trovato ad esprimersi sul caso Teitiota, un uomo che aveva chiesto protezione alla Nuova Zelanda dopo aver affermato che la sua vita era a rischio nel suo paese natale, Kiribati. Oggi l’isola del Pacifico rischia infatti di diventare il primo paese a scomparire sotto l’innalzamento del livello del mare.